“A volte mi osservavo la schiena nel tentativo vano di sorprendermi com’ero veramente e di capire, da dietro, l’indecifrabile enigma che mi stava davanti sotto le sembianze del mio volto. Allo stesso modo della partoriente che subito chiede”Com’è il bambino?” e alla quale il medico o l’infermiera scioccamente rispondono “È un maschio” oppure “È una bella femminuccia” mentre la donna solo vuol sapere in quell’attimo se è proprio un bambino, se è sano, così, quando mi specchiavo, la forza delle convenzioni mi spingeva a chiedermi se ero bella, mentre la vera non formulata domanda era “Chi, che cosa sono?” È vano rivolgere queste domande agli specchi, ma a questa domanda a volte parevano rispondere gli specchi della zia, quando involontariamente mi ci sorprendevo riflessa di spalle, perché allora non ero un’immota immagine leziosa e scimmiesca, ma un gesto, un fare qualcosa: portare la tazzina, cercare un sandalo sfuggito e rinfilarlo con un sapiente gesto del piede, chinarmi a raccogliere un fazzoletto, sicché potevo dirmi sorpresa: “Quel muoversi nel mondo sono io”.
Althénopis
Fabrizia Ramondino
Einaudi 284 p. Ed. 2016
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